30 ottobre 2026

Violenza sessuale di minore gravità ai danni di minore. L'ordine di esecuzione può essere sospeso ?

La Corte di legittimità, adita da un ricorso con cui si prospettava la sospendibilità dell'ordine di esecuzione per la carcerazione conseguente al reato di violenza sessuale di minore gravità ma commesso ai danni di soggetto minorenne (artt. 609- bis, primo e terzo comma, e 609-ter n. 5 cod. pen.), ha dato continuità all'insegnamento di legittimità secondo cui «i condannati per il reato di violenza sessuale aggravata di cui all'art. 609-ter cod. pen., pur quando sia stata riconosciuta la circostanza attenuante di cui all'art. 609-bis, ultimo comma, cod. pen., per poter beneficiare di misure alternative alla detenzione devono essere sottoposti all'osservazione scientifica della personalità, condotta collegialmente, per almeno un anno» (Sez. 1, n. 39985 del 09/04/2019, Marni, Rv. 277487 - 01; Sez. 1, n. 17889 del 28/04/2023, Giannini, non mass.) (sentenza al link)

La Corte ha precisato che <<l'esenzione secca dall'obbligo di preventiva osservazione annuale è riservata soltanto ai reati ex art. 609-bis cod. pen. con applicazione della circostanza attenuante di cui al terzo comma, per i quali non sia stata riconosciuta l'aggravante dell'art. 609-ter. Invece, i delitti in tal modo aggravati devono essere necessariamente trattati in sede esecutiva con le modalità indicate dall'art. 4-bis, commi 1-quater e 1 quinquies, non rilevando l'eventuale concessione di circostanze attenuanti (ivi compresa quella prevista dall'ultimo comma dell'art. 609-bis cod. pen.), poiché esse si riflettono soltanto sul quantum della pena, lasciando immutata la particolare struttura del reato, maggiormente offensivo perché commesso in una delle forme che l'ordinamento reputa portatrici di accentuato disvalore, elemento che richiede quelle particolari modalità di osservazione e trattamento del condannato previste nell'indicata disposizione (Sez. 1, Marni, citata)>>.

29 ottobre 2026

Recidiva reiterata come calcolare il termine necessario a prescrivere.

 

La Corte di legittimità ha precisato che <<la recidiva reiterata, in quanto circostanza a effetto speciale, incide sia sul calcolo del termine prescrizionale minimo del reato, ex art. 157, comma secondo, cod. pen., sia, in presenza di atti interruttivi, su quello del termine massimo, ex art. 161, comma secondo, cod. pen., senza che tale duplice valenza comporti violazione del principio del ne bis in idem sostanziale o dell'art. 4 del Protocollo n. 7 della CEDU, come interpretato dalla sentenza della Corte EDU del 10 febbraio 2009 nel caso Zolotoukhine c. Russia, nel cui ambito di tutela non rientra l'istituto della prescrizione (Sez. 4, n. 44610 del 21/09/2023, Bisiccè, Rv. 285267 - 01). Il Collegio intende dare continuità a tale orientamento, rilevando che la giurisprudenza richiamata dal ricorrente (Sez. 6, n. 47269 del 09/09/2015 Ud., Rv. 265518 — 01), risalente nel tempo, è stata argomentatamente superata dalla giurisprudenza successiva>>. (sentenza al link)

28 ottobre 2026

Successiva applicazione, nell’ambito di distinti procedimenti estradizionali, di più misure cautelari per fatti connessi - Retrodatazione dei termini della custodia cautelare ai sensi dell’art. 297, comma 3, cod. proc. pen. - Esclusione - Ragioni.

 




La Sesta Sezione penale, in tema di estradizione per l’estero, ha affermato che, nel caso in cui all’estradando siano applicate, nell’ambito di distinti procedimenti estradizionali, più misure cautelari in relazione a fatti diversi ma connessi, non trova applicazione la disciplina dettata in tema di retrodatazione dall’art. 297, comma 3, cod. proc. pen., in quanto incompatibile con quella dettata dall’art. 714, comma 4, cod. proc. pen., che impone di calcolare i termini di durata delle misure cautelari adottate in un procedimento estradizionale in funzione della singola domanda di estradizione e del relativo procedimento di consegna.

27 ottobre 2026

CASO ENI-NIGERIA E DOVERE DI DEPOSITO DEGLI ATTI DA PARTE DEL PM - LA SENTENZA 34812/2026 DELLA CORTE DI CASSAZIONE

 






- Rifiuto di atti d’ufficio - Pubblico ministero - Doverosità dell’atto - Necessità - Atti di procedura non contemplati da protocolli obbligati - Discrezionalità valutativa - Rilevanza - Esclusione.

- Rifiuto di atti d'ufficio - Doverosità dell’atto - Necessità - Acquisizione automatica in dibattimento di attività integrativa di indagine compiuta da altro pubblico ministero dello stesso ufficio - Esclusione - Fattispecie.

- Rifiuto di atti d'ufficio - Pubblico ministero - Omesso compimento di accertamenti a favore della persona sottoposta alle indagini - Art. 358 cod. proc. pen. - Funzione e ambito applicativo - Configurabilità del reato - Esclusione - Fattispecie.

L’esito in sintesi

La Sesta Sezione penale, in tema di delitti contro la pubblica amministrazione, ha affermato che:

* ai fini della configurabilità del delitto di rifiuto di atti d'ufficio in capo al pubblico ministero, l'atto da compiere senza ritardo per ragioni di giustizia è soltanto quello doveroso, ossia obbligato quantomeno nella sua emanazione, sicché non assumono rilievo gli atti di procedura non contemplati da protocolli obbligati, i quali, pur apparendo necessari in ragione del progressivo sviluppo del procedimento e del perseguimento degli scopi conoscitivi del processo penale, restano discrezionali quanto alla scelta del loro compimento, prevedendo di regola la legge, in relazione ad essi, non invalidità processuali, ma forme di controllo attinenti all'efficienza e alla funzionalità dell'indagine, alla legalità della condotta del pubblico ministero e alle sue responsabilità;

* non costituisce atto da compiere senza ritardo per ragioni di giustizia, ai sensi dell'art. 328, comma primo, cod. pen., l'acquisizione e il conseguente deposito della documentazione che altro pubblico ministero, ancorché appartenente al medesimo ufficio e titolare di un procedimento collegato, abbia trasmesso a quello procedente, in quanto tale documentazione assume natura di attività integrativa di indagine, ai sensi dell'art. 430 cod. proc. pen., solo per effetto di un atto discrezionale di recepimento da parte di quest'ultimo, unico legittimato a compiere tale attività, previa autonoma valutazione della sua rilevanza, pertinenza, genuinità e congruenza rispetto all'imputazione. (Fattispecie relativa a documentazione trasmessa ai pubblici ministeri titolari di un processo in fase dibattimentale da altro pubblico ministero del medesimo ufficio, nella quale la Corte ha escluso la configurabilità del delitto di cui all'art. 328, comma primo, cod. pen., precisando che l'invio degli atti costituiva una mera segnalazione, inidonea a determinare un obbligo di recepimento e di deposito degli stessi);

* la regola di condotta posta dall'art. 358 cod. proc. pen., che impone al pubblico ministero di svolgere accertamenti anche su fatti e circostanze favorevoli alla persona sottoposta alle indagini, è funzionale alla completezza delle indagini preliminari e al corretto esercizio dell'azione penale, opera esclusivamente in tale fase del procedimento e implica valutazioni di merito riservate al magistrato procedente, non vincolato dalle sollecitazioni della difesa, sicché la sua violazione, pur potendo assumere rilievo sul piano civile, disciplinare o penale, nel rispetto tuttavia, della tipicità delle fattispecie, non integra di per sé il delitto di rifiuto di atti d'ufficio. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso che dagli artt. 358 e 430 cod. proc. pen. potesse desumersi a carico dei pubblici ministeri titolari di un processo in fase dibattimentale un obbligo, penalmente rilevante ai sensi dell'art. 328, comma primo, cod. pen., di acquisire e depositare la documentazione loro trasmessa da altro magistrato del medesimo ufficio).


Approfondimento (AI)

CASSAZIONE PENALE, SEZ. VI, SENTENZA N. 952/2026
Unità, Discrezionalità del Pubblico Ministero e Limiti dell'Art. 328 C.P. nel 'Caso Eni Nigeria'


1. Inquadramento Sistematico e Fatti di Causa

Con la sentenza n. 952 del 18 giugno 2026 (depositata il 29 settembre 2026), la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha scritto un capitolo fondamentale in tema di limiti della giurisdizione penale, tipicità del reato di rifiuto di atti d'ufficio (art. 328, comma 1, c.p.) e discrezionalità del Pubblico Ministero. La pronuncia giunge all'esito del procedimento a carico dei magistrati della Procura di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Maria Spadaro, condannati nei gradi di merito per il reato di omissione o rifiuto di atti d'ufficio in relazione alla gestione del dibattimento del c.d. processo 'Eni Nigeria'.

L'accusa mossa ai due magistrati riguardava il presunto indebito rifiuto di depositare nella segreteria del P.M., a disposizione delle difese, una serie di documenti e chat trasmessi da un collega dello stesso ufficio (il dott. Paolo Storari), titolare del procedimento collegato c.d. 'Eni Complotto'. Tali atti (tra cui annotazioni della Guardia di Finanza e chat estrapolate dal telefono di Vincenzo Armanna, principale dichiarante nel processo Eni Nigeria) avrebbero dovuto, secondo l'ipotesi accusatoria, essere immediatamente riversati nel dibattimento per consentire alle parti di valutare l'attendibilità del dichiarante.

2. I Punti Chiave della Decisione della Suprema Corte

La Suprema Corte ha ribaltato le decisioni di merito, annullando senza rinvio la sentenza impugnata perché 'il fatto non sussiste' e revocando le statuizioni civili. I pilastri argomentativi della pronuncia si articolano sui seguenti punti nodali:

• Insussistenza della doverosità dell'atto: La fattispecie di cui all'art. 328, comma 1, c.p. richiede che l'atto omesso sia 'dovuto' e 'indifferibile', inserito in protocolli vincolati e non rimesso a scelte discrezionali. L'attività integrativa di indagine (art. 430 c.p.p.) è per definizione incoercibile, incomprimibile e rimessa all'autonomia e alla responsabilità del magistrato titolare del procedimento.

• Ruolo e autonomia del Pubblico Ministero procedente: Il P.M. titolare del processo non può essere ridotto a un 'mero recettore passivo' o a un esecutore di impulsi investigativi provenienti da magistrati di procedimenti diversi (seppur collegati). La ricezione di atti da fonti esogene impone un autonomo vaglio di pertinenza, rilevanza e legalità.

• Il coordinamento interno e l'assenza di dolo: Lungi dall'agire in una logica di occultamento, i ricorrenti avevano tempestivamente informato con nota scritta del 5 marzo 2021 sia il Procuratore della Repubblica (dott. Francesco Greco) che il Procuratore Aggiunto (dott.ssa Laura Pedio, contitolare di Eni Complotto), i quali condivisero la valutazione di non procedere all'acquisizione. Il coinvolgimento dei vertici esclude radicalmente il dolo e la configurabilità di un rifiuto arbitrario.

• Limiti legali e divieto di acquisizione automatica delle chat: La Corte ha evidenziato che la copia forense del telefono di Armanna conteneva dati la cui estrazione e divulgazione erano state ritenute illegittime dal G.I.P. e confermate dalla stessa Cassazione (sez. VI, n. 22795/2022) nel procedimento a quo ('Eni Complotto'), in applicazione dei principi sul sequestro probatorio e sulla tutela dei dati estranei all'oggetto dell'accertamento. Dunque, l'acquisizione di quelle chat nel processo Eni Nigeria sarebbe stata contra legem.

3. Schemi Pratici e Sintetici

Di seguito si propongono tre schemi riassuntivi utili all'operatore del diritto per inquadrare i confini dogmatici e pratici tracciati dalla sentenza in esame.

Schema 1: Impostazione Accusatoria vs Argomentazione della Suprema Corte

Profilo d'Analisi

Tesi Accusatoria / Corti di Merito vs Posizione della Cassazione

Natura dell'atto (Art. 430 c.p.p.)

Accusa: Atto dovuto e vincolato, finalizzato alla parità delle armi.
Cassazione: Atto discrezionale, incoercibile, rimesso alla responsabilità del P.M. titolare.

Ruolo del P.M. di udienza

Accusa: Obbligo di riversare automaticamente nel dibattimento ogni atto trasmesso da colleghi.
Cassazione: Autonomo potere di discernimento, pertinenza e valutazione critica.

Sussistenza dell'art. 328 c.p.

Accusa: Rifiuto indebito integrato dall'omesso deposito di atti utili alla difesa.
Cassazione: Insussistenza del reato per difetto di tipicità, assenza di rifiuto e condivisione con i vertici dell'Ufficio.


Schema 2: Funzione e Limiti degli Artt. 358 e 430 c.p.p. nel Sistema

Norma di Riferimento

Interpretazione e Limiti Sistematici (Cass. n. 952/2026)

Art. 358 c.p.p.
(Attività di indagine a favore)

Funzionale alla completezza delle indagini preliminari e al corretto esercizio dell'azione penale (art. 112 Cost.), non attiene direttamente al principio di parità delle parti in dibattimento né impone obblighi slegati dalla discrezionalità investigativa.

Art. 430 c.p.p.
(Attività integrativa dibattimentale)

Attribuisce al P.M. la facoltà (e non l'obbligo) di compiere atti integrativi dopo il decreto che dispone il giudizio. L'obbligo di deposito (comma 2) sorge solo ed esclusivamente se il P.M. decide discrezionalmente di compiere l'attività.


Schema 3: Responsabilità Civile dei Magistrati e Legittimazione Passiva (L. n. 117/1988)

Tipologia di Illecito Civile

Regime Giuridico e Soggetto Legittimato Passivo

Illecito civile ordinario
(Dolo / Colpa grave / Diniego di giustizia)

Artt. 2 e 4 L. 117/1988: Legittimazione passiva esclusiva del Presidente del Consiglio dei Ministri, esperibili solo dopo l'esaurimento dei mezzi di impugnazione ordinari.

Danno derivante da reato
commesso dal magistrato nell'esercizio delle funzioni

Art. 13 L. 117/1988: L'azione è regolata dalle norme ordinarie (art. 2049 c.c.). Legittimazione passiva del Ministero della Giustizia (datore di lavoro) e non della Presidenza del Consiglio dei Ministri.


4. I Profili Civili: Il Difetto di Legittimazione della Presidenza del Consiglio

Un ulteriore profilo di assoluto rilievo affrontato dalla Suprema Corte riguarda il ricorso proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in qualità di responsabile civile. La Corte ha accolto l'eccezione difensiva, dichiarando il difetto di legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio.

I giudici di legittimità hanno chiarito il sistema dei rapporti tra la legge n. 117 del 1988 e le norme codicistiche ordinarie:

• Ambito dell'art. 4 L. 117/1988: L'art. 4 della legge n. 117/1988 (che prevede la legittimazione esclusiva della Presidenza del Consiglio) si applica esclusivamente ai casi di illecito civile aquiliano derivante da dolo, colpa grave o diniego di giustizia nell'esercizio delle funzioni, nei quali non sia configurabile un reato.

• Ambito dell'art. 13 L. 117/1988: L'art. 13 della medesima legge stabilisce che, qualora il danno derivi da un fatto costituente reato commesso dal magistrato, l'azione risarcitoria è regolata dalle norme ordinarie. Di conseguenza, trovando applicazione l'art. 2049 c.c., il soggetto passivo legittimato come responsabile civile è il Ministero della Giustizia (in qualità di datore di lavoro), e non la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

5. Conclusioni e Massima della Sentenza

La sentenza in esame rappresenta un argine rigoroso contro derive di stampo inquisitorio o sanzionatorio penale fondate su interpretazioni analogiche o estensive del reato di rifiuto di atti d'ufficio. La Cassazione riafferma con forza che la violazione di doveri di lealtà o correttezza istituzionale non integra automaticamente una fattispecie delittuosa in assenza della tipicità oggettiva e soggettiva richiesta dall'art. 328 c.p.

MASSIMA GIURIDICA:
«Non integra il delitto di rifiuto di atti d'ufficio (art. 328, comma 1, c.p.) la condotta del Pubblico Ministero che, nel corso del dibattimento, decida discrezionalmente — in conformità ai vertici dell'Ufficio e nel rispetto dei limiti sul sequestro probatorio — di non acquisire né depositare documentazione o chat provenienti da un procedimento collegato, trattandosi di attività integrativa di indagine incoercibile e rimessa all'autonoma valutazione di pertinenza e rilevanza del titolare del procedimento.»



26 ottobre 2026

Giudizio di legittimità - Reato procedibile di ufficio - Istanza di accesso ad un programma di giustizia riparativa - Possibilità di sospendere il processo o di rinviare l’udienza in attesa della decisione sull’istanza - Esclusione.





La Seconda Sezione penale, in tema di giudizio di legittimità, ha affermato che la richiesta di accesso ad un programma di giustizia riparativa presentata dall’imputato di un reato procedibile di ufficio, finalizzata ad ottenere il riconoscimento della circostanza attenuante di cui all'art. 62, comma primo, n. 6, ultima parte, cod. pen., o comunque ad incidere sul trattamento sanzionatorio, oltre a non comportare la sospensione del processo, non legittima l'accoglimento di richieste di rinvio finalizzate ad attenderne l'esito.

23 ottobre 2026

Lieve entità – Causa ostativa introdotta dal d.l. n. 23 del 2026 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 54 del 2026 – Abitualità della condotta – Nozione – Distinzione dalla non occasionalità.

 



Le Sesta Sezione penale ha affermato che, in tema di stupefacenti, la nozione di abitualità della condotta prevista dall’art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, come modificato dal d.l. 24 febbraio 2026, n. 23, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2026, n. 54, quale causa ostativa al riconoscimento della lieve entità del fatto, postula una serialità delle condotte tale da evidenziare una stabile propensione all'attività criminosa e si colloca su un piano distinto dalla non occasionalità, che presuppone una condotta non meramente episodica, pur senza raggiungere quel grado di reiterazione e stabilità che connota l'abitualità.




22 ottobre 2026

Tentativo punibile anche prima che ne sia iniziata l'esecuzione

La Sez. 2 della Corte di cassazione con la sentenza num. 34564/2026  ha affermato che <<il tentativo è punibile non solo quando l'esecuzione è compiuta, ma anche quando l'agente ha compiuto uno o più atti, non necessariamente esecutivi (si pensi a quanto ... evidenziato con riguardo alla predisposizione di mezzi ed al riparto dei ruoli tra i soggetti agenti in procinto di agire) che indichino, in modo inequivoco, la sua volontà di voler compiere un determinato delitto; ovvero, in tutti quei casi in cui l'agente abbia approntato e completato il suo piano criminoso in ogni dettaglio ed abbia iniziato ad attuarlo (ultima riunione “operativa” nel corso della quale i soggetti già indossavano i capi di abbigliamento necessari per il loro camuffamento in occasione dell’azione), pur non essendo ancora arrivato alla fase esecutiva vera e propria>> (sentenza al link).

Tuttavia secondo altro indirizzo, «gli atti diretti in modo non equivoco a commettere un reato possono essere esclusivamente gli atti esecutivi, ossia gli atti tipici, corrispondenti, anche solo in minima parte, come inizio di esecuzione, alla descrizione legale di una fattispecie delittuosa a forma libera o vincolata, in quanto l'univocità degli atti indica non un parametro probatorio, ma un criterio di essenza e una caratteristica oggettiva della condotta, non essendo dunque punibili, a titolo di tentativo, i meri atti preparatori» (ex ceteris: Sez. 3, n. 15656 del 02/02/2022, Rocca, Rv. 283045-01)

21 ottobre 2026

Persona offesa di delitto di violenza domestica - Notifica del decreto di citazione a giudizio presso il domicilio dichiarato in denuncia - Mancata conoscenza del processo a causa dell’intervenuto collocamento in casa rifugio ad indirizzo segreto - Causa di forza maggiore - Configurabilità - Restituzione nel termine per la costituzione di parte civile - Necessità.

 





L’esito in sintesi

La Sesta Sezione penale, in tema di termini processuali, ha affermato che la persona offesa di un delitto di violenza domestica deve essere restituita nel termine per la costituzione di parte civile, ai sensi dell’art. 175, comma 1, cod. proc. pen., nel caso in cui, pur se il decreto di citazione a giudizio sia stato ritualmente notificato presso il domicilio dichiarato in sede di denuncia, non abbia avuto conoscenza del processo per causa di forza maggiore dovuta al collocamento in una casa rifugio ad indirizzo segreto, con imposizione di regole di isolamento a tutela della sua incolumità.

20 ottobre 2026

Come qualificare lo screenshot di un messaggio whatsapp ? di Laura Platino*

 

 

La sesta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n 32437 del 31.08.2026, si è soffermata in ordine alla rilevanza probatoria degli screenshot di whatsapp.

La Corte, nel rigettare la doglianza difensiva, ha escluso che rilevino le disposizioni del codice dell'amministrazione digitale, volte ad assicurare protezione all’integrità del dato informatico, atteso che lo screenshot <<altro non è che la “fotografia", la rappresentazione, di quanto raffigurato sul display del dispositivo utilizzato per lo scambio di messaggi, qualificabile come documento>>.

La pronuncia ha altresì precisato che, anche laddove il documento “screenshot” venga qualificato come corrispondenza, non può trovare applicazione il disposto di cui all’art. 254 c.p.p., con la conseguenza che non è richiesto alcun provvedimento di sequestro emesso dall’Autorità Giudiziaria per acquisire quanto fornito da uno dei partecipanti alla conversazione. Invero, lo screenshot rappresenta <<una conversazione a cui lo stesso conversante ha partecipato e si tratta di corrispondenza non più in itinere, ma ormai pervenuta sul dispositivo del destinatario>>.

 

* Avvocato del Foro di Palermo, ha svolto attività di tutorato presso l' Università di Giurisprudenza di Palermo.  

19 ottobre 2026

Confisca diretta e reati tributari dichiarativi.

La sentenza che si annota (al link) consolida l'indirizzo di legittimità, secondo cui è giuridicamente ammissibile, anche dopo la sentenza Sez. U, n. 13783 del 26/09/2024, dep. 2025, Massini, Rv. 287756 – 02, la confisca diretta di somme di denaro con riferimento ai delitti tributari, in particolare con riguardo al reato di cui all'art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000, anche in caso di c.d. "risparmio di spesa" (cfr.: Sez. 3, n. 30534 del 27/05/2025, De Leonardis, Rv. 288606 - 01; Sez. 3, n. 36683 del 14/10/2025, Ivanova, Rv. 288862 - 01; Sez. 3, n. 6287 del 28/10/2025, dep. 2026, De Gaudio, Rv. 289469 – 01; Sez. 3 n. 27336 del 09/06/2026, C., non mass.).

Il punto di frizione rispetto alle SS.UU. consiste nel fatto che il profitto del reato ex art. 2 del Dlgs. 74/2000 non è integrato da un accrescimento patrimoniale in favore dei rei, bensì da un risparmio di spesa che sembra non integrare gli estremi indicati da SS.UU. Massini per procedere alla confisca diretta. 

16 ottobre 2026

Principio di solidarietà nella confisca per equivalente. La CEDU condanna l'Italia e, forse, apre un nuovo fronte sui reati tributari

Dopo le Sez. U, n. 13783 del 26/09/2024, dep. 2025, Massini, la CEDU è intervenuta sul tema della responsabilità solidale in materia di confisca per equivalente del profitto del reato. 

Invero con la sentenza del 28 maggio 2026 (ricorsi n. 26187/14 e altri) "Petrignani e altri c. Italia", la prima sezione della Corte europea ha dichiarato la violazione dell'art. 7 della convenzione con riguardo alla prevedibilità di una sanzione basata sulla responsabilità solidale in capo ai concorrenti nel reato (Foreseeability of a penalty based on the principle of joint liability).

Infatti, la Corte ha osservato che tale forma di solidarietà non è espressamente prevista da alcuna disposizione di legge (in particolare i giudici di Strasburgo hanno scrutinato gli artt. 110 e 322 ter c.p., nonchè l'art. 2055 c.c.), né vi era, all'epoca delle condanne domestiche, una giurisprudenza consolidata al riguardo. I giudici sovranazionali hanno osservato che, per quanto vi fosse un arresto prevalente (a majority approach) che ammetteva la confisca di valore in forma solidale, l'orientamento contrario non era isolato nè recessivo (the divergence in case-law lasted for about 20 years).

La violazione del medesimo art. 7 della convenzione si apprezza anche per difetto di criteri in forza dei quali determinare l'importo confiscabile (the absence of clear and foreseeable criteria for the determination of the amounts to be confiscated). 

La Corte internazionale ha poi riconosciuto la violazione dell'art. 1 del protocollo 1, giacchè, in conseguenza di quanto rilevato a proposito della non prevedibilità della confisca solidale, ex art. 7 della convenzione, può ritenersi che l'interferenza con il diritto di proprietà non avesse una sufficiente base legale (The Court sees no reason to reach a different conclusion under Article 1 of Protocol No. 1) E' stato poi ritenuto che la confisca per intero in capo al singolo concorrente violi la norma da ultimo citata anche in considerazione del principio di proporzionalità, che deve ricorrere tra il fine perseguito e l'interferenza col diritto di proprietà del singolo protetto dall'art. 1 protocollo n. 1.  (sentenza CEDU al link).

Merita rilevarsi che due dei tre ricorsi scrutinati dalla Corte riguardavano reati tributari, per i quali invece la Corte di legittimità continua a ritenere, nonostante le SS.UU. Massini, applicabile il principio della confisca solidale, in considerazione della diversità strutturale del profitto e della sua destinazione nei reati tributari dichiarativi commessi nell'interesse di persone giuridiche. Infatti, argomenta la giurisprudenza di legittimità, siccome il profitto è conseguito dalla persona giuridica e si risolve in un risparmio di spesa, risulta -di norma -impossibile individuare la quota di arricchimento di ogni singolo concorrente e conseguentemente, ripartire, per ciascuno di essi il quantum del profitto confiscabile. Da ciò consegue che il quantum del profitto confiscabile non deve essere ripartito in parti uguali tra tutti i concorrenti, sicché il vincolo può essere posto indifferentemente nei confronti di uno o più degli autori della condotta criminosa, purché entro i limiti del profitto conseguito dall'ente, in conformità della lettera e della ratio dell'art. 12 bis del Dlgs. 74/2000 che esigono il completo recupero dell'importa evasa in sintonia con la funzione antielusiva di tutto il sistema penale tributario. Tale funzione sarebbe palesemente compromessa da ripartizioni tra correi che, nei casi come quello in esame, si tradurrebbero in una attenuazione artificiosa della responsabilità in conseguenza della commissione del reato tributario concorsuale (cfr. Cass. pen. sez. III, 28.10.2025 n. 6287 di cui ad un nostro precedente post).

E' infine opportuno segnalare che la Corte di cassazione ha pubblicato un abstract della sentenza CEDU che può essere utile soprattutto per una ricostruzione della giurisprudenza nazionale e sovranazionale pertinente. (abstract cassazione)


15 ottobre 2026

Giudizio di appello avverso sentenza emessa in esito all’applicazione del rito abbreviato – Rinnovazione istruttoria – Condizioni – Indicazione – Diversa qualificazione del fatto effettuata nella sentenza di primo grado, senza previa sollecitazione al contraddittorio delle parti – Giudizio di necessarietà della prova da acquisire – Obbligo di assicurare il diritto di difesa – Sussistenza.

 



L’esito in sintesi

La Sezione Feriale penale, in tema di procedimenti speciali, ha affermato che, nel giudizio di appello avverso sentenza resa in esito all’applicazione del rito abbreviato, la rinnovazione istruttoria è ammessa nel solo caso in cui il giudice ritiene l’assunzione della prova assolutamente necessaria, perché potenzialmente idonea ad incidere sulla valutazione del complesso degli elementi acquisiti, dovendo, tuttavia, il giudizio di necessarietà, ove attivato dalle istanze istruttorie delle parti, tener conto anche dell’obbligo di assicurare il diritto di difesa in relazione alla diversa qualificazione del fatto, nell’eventualità in cui questa sia stata effettuata, nella sentenza di primo grado, senza la previa sollecitazione al contraddittorio delle parti.

14 ottobre 2026

La consegna del bene acquistato con il denaro oggetto di peculato non evita la confisca della somma

A fronte di un caso in cui la rea aveva acquistato un televisore utilizzando la carta di credito dell'ente pubblico rappresentato e poi, avuta contezza della denuncia, aveva fatto ritrovare il bene, la Corte ha  escluso che sia intervenuta <<sia una condotta strictu sensu restitutoria, stante la mancata restituzione della somma di denaro di cui l'imputata si è indebitamente appropriata (ciò che avrebbe eliso il quantum del profitto confiscabile) sia condotte qualificabili come risarcitorie o riparatorie. Sotto tale profilo, nessun rilievo assume la "riconsegna" del bene acquistato con il denaro oggetto di peculato, pur prescindendosi dalle modalità dell'avvenuta riconsegna, essendo irrilevante, al fine di calcolare il profitto confiscabile, che la restituzione sia avvenuta volontariamente o meno, prima o nel corso del procedimento penale (cfr. Sez. 6, n. 34290 del 17/05/2023, cit.). Tale riconsegna, infatti, non solo non equivale a "restituzione" della somma di denaro oggetto di appropriazione, ma neppure è qualificabile come condotta riparatoria, tale essendo solo la condotta destinata definitivamente ad incrementare la sfera economica e giuridica della persona offesa, non configurabile nel caso di sola restituzione del bene sottratto (Sez. 5 - n. 2490 del 13/11/2020, Rv. 280253-01; Sez. 5, n. 14030 del 25/02/2020, Rv. 279082; Cass., Sez. 5, n. 21922 del 03/04/2018, Rv. 273187)>>. (sentenza al link)

13 ottobre 2026

Maltrattamenti in famiglia - Richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare - Esigenze cautelari - Pericolo di reiterazione - Valutazione - Mancata interlocuzione della persona offesa - Rilevanza - Esclusione - Ragioni.

 




La Sesta Sezione penale ha affermato che, in tema di misure cautelari personali applicate per il reato di maltrattamenti in famiglia, il silenzio della persona offesa, posta in condizione di interloquire sulla richiesta di revoca o sostituzione della misura ai sensi dell'art. 299, comma 3, cod. proc. pen., è ininfluente ai fini della valutazione della sussistenza del pericolo concreto e attuale di reiterazione, costituendo tale interlocuzione esercizio di una mera facoltà, dalla cui mancanza non può desumersi né l'insussistenza di condizioni di pericolo né l'assenza di timore della vittima per la propria incolumità.

12 ottobre 2026

Confisca per equivalente nei reati tributari: non valgono i principi delle SS.UU. Massini


E' noto che le SS.UU. in epigrafe (n. 13783/24) abbiano escluso l'applicabilità del principio di solidarietà passiva nella confisca per equivalente. 

Tuttavia la terza sezione della Corte di legittimità ha ritenuto che tale esclusione non valga in tema di reati tributari. 

Invero, la Corte ha affermato che <<in tema di reati tributari commessi per conto di una persona giuridica, una volta esclusa la possibilità di sequestrare, in via diretta, l'originario profitto del reato, costituito da un risparmio di spesa incamerato dall'ente, può essere disposto, entro i limiti quantitativi del suddetto profitto e senza che l'espropriazione possa essere duplicata, il sequestro preventivo per equivalente, in vista della confisca prevista dall'art. 12-bis d.lgs. n. 74 del 2000, indifferentemente nei confronti di uno o più degli autori della condotta criminosa, in considerazione della natura punitiva della confisca di valore nel caso di specie nonché in considerazione della diversità strutturale del profitto e della sua destinazione nei reati tributari dichiarativi commessi nell'interesse di persone giuridiche. Infatti, siccome il profitto è conseguito dalla persona giuridica e si risolve in un risparmio di spesa, risulta - di norma - impossibile individuare la quota di arricchimento di ogni singolo concorrente e conseguentemente, ripartire, per ciascuno di essi il quantum del profitto confiscabile. Da ciò consegue che il quantum del profitto confiscabile non deve essere ripartito in parti uguali tra tutti i concorrenti, sicché il vincolo può essere posto indifferentemente nei confronti di uno o più degli autori della condotta criminosa, purché entro i limiti del profitto conseguito dall'ente, in conformità della lettera e della ratio dell'art. 12 bis del Dlgs. 74/2000 che esigono il completo recupero dell'importa evasa in sintonia con la funzione antielusiva di tutto il sistema penale tributario. Tale funzione sarebbe palesemente compromessa da ripartizioni tra correi che, nei casi come quello in esame, si tradurrebbero in una attenuazione artificiosa della responsabilità in conseguenza della commissione del reato tributario concorsuale>>.(sentenza al link)

09 ottobre 2026

Depistaggio materiale di cui all’art. 375 cod. pen. - Collegamento funzionale tra la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio e l’accertamento sviato - Necessità - Esclusione - Fattispecie.

 




L’esito in sintesi

La Sesta Sezione penale, in tema di depistaggio, ha affermato che il collegamento funzionale tra la qualifica soggettiva di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio e l'accertamento penale sviato, richiesto dall'art. 375 cod. pen., non postula che la condotta manipolatrice sia compiuta nell'esercizio della funzione, né che il soggetto qualificato sia investito di compiti investigativi, essendo sufficiente che l'oggetto delle indagini depistate ricada nell’ambito dell'ufficio pubblico o del servizio pubblico svolto dal soggetto qualificato, così da far sorgere in capo a quest'ultimo una posizione di garanzia rispetto alla genuinità dell'accertamento e un dovere qualificato di conservazione, lealtà e collaborazione con l'autorità. (Fattispecie in cui la Corte ha confermato la responsabilità per il reato di depistaggio del legale rappresentante di una RSA e del gestore di fatto della stessa che avevano sviato le indagini relative al suicidio di un ospite della struttura, occultando le tracce dell’evento, rimuovendo il corpo e dichiarando alla P.G. che il decesso era stato il frutto di una caduta accidentale dalle scale interne dello stabile)

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